Sulla pelle dei migranti in Ue continua la regressione democratica

Il 26 marzo il Parlamento europeo ha approvato una nuova direttiva in materia di rimpatri.
L’agenda che emerge da questo voto è estremamente repressiva e securitaria, frutto di un’alleanza scellerata fra popolari, centro-destra e le forze di estrema destra.
Questo compromesso apre già alla possibilità di deportazione di massa, rimpatri e normalizzazione di abusi; non solo, si potrebbe pure permettere agli Stati membri di inviare le persone in centri di espulsione situati in paesi terzi, spesso non quelli di transito.
È un pericoloso assist agli ormai celeberrimi centri in Albania promossi dal nostro governo che, oltre alla loro disumanità, sono divenuti emblema di una gestione delle risorse pubbliche inefficiente e terreno di pretestuosa propaganda per le decisioni della magistratura che – obbligata a rispondere a specifiche direttive europee – ordinava di riportare i migranti in Italia.
Ma il nuovo voto rafforza anche le posizioni di Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Grecia, che già stanno collaborando a istituire tali centri, in paesi ancora ignoti.
Sarà permesso inoltre limitare la libertà di movimento delle persone, perquisire i loro effetti personali, imporre misure di “sicurezza” e condividere dati personali con altri Paesi.
Ciò che fa parlare di “modello ICE” europeo, però, è l’obbligo di collaborazione da parte di cittadini di paesi terzi con la decisione di rimpatrio, pena la reclusione fino a 2 anni.
D’altra parte, la Commissione europea sembra voler imporre agli Stati membri obblighi di individuare misure per catturare persone senza documenti, implementando sistemi di sorveglianza invasiva e profilazione razziale. II Consiglio arriva a suggerire la possibilità di raid di polizia in spazi pubblici e abitazioni private.
La scelta politica sottostante è evidente: operare una vera e propria detenzione, espulsione e compressione dei diritti, riconducendo le persone migranti al solito capro espiatorio per le crisi economiche e sociali che stiamo vivendo.
Dobbiamo opporre a ciò un modello di rinnovamento sociale reale e credibile improntato all’accoglienza e che offra un’opportunità per restare. Solo così abbattiamo le barriere e i pregiudizi, e costruiamo una nuova rete di solidarietà sociale che possa risollevare anche tante nostre aree interne che sembrano destinate allo spopolamento.
